Cucina
Italiano vero: come riconoscere un vero ristorante italiano

“Italiano vero” vuol dire italiano autentico, senza imitazioni: una persona italiana davvero, o una cosa davvero italiana. L'espressione è nota grazie a “L'italiano” di Toto Cutugno, del 1983. Da Bottegas a Varsavia è l'ultima parte del nostro motto “Semplice. Fresco. Italiano vero.”: cuciniamo all'italiana davvero, senza rifacimenti “in stile italiano”.
“L'italiano” di Toto Cutugno è una delle canzoni italiane più conosciute. Cutugno la portò a Sanremo nel 1983 e nel ritornello si presenta come un “italiano vero”.
La canzone mette in fila le piccole cose della vita di tutti i giorni in Italia, dal caffè alla pasta al dente. Per questo, per noi italiani, “italiano vero” è più di un passaporto: è un modo di vivere e, a tavola, un modo di cucinare.
Il nostro motto ha tre parti e in cucina ognuna vuol dire qualcosa. Semplice: pochi ingredienti nel piatto, e ognuno si sente. Fresco: il ragù rifatto ogni giorno, 4 ore sul fuoco, pasta e dolci fatti da noi. Italiano vero: italiano davvero, non per modo di dire.
L'ultima parte è la più difficile, perché “all'italiana” scriverlo in un menu è facile. Come si vede nel piatto lo raccontiamo nella pagina ristorante italiano a Varsavia.
Bottegas l'hanno fondato tre amici italiani: Antonio e Roberto, napoletani, e Matteo Liscaio, toscano. Due Italie diverse e due cucine che un italiano distingue senza pensarci.
Napoli è la pizza, la mozzarella di bufala campana, il pomodoro San Marzano delle terre del Vesuvio, i friarielli e il ragù che cuoce per ore.
La Toscana è cucina di pane, olio e fuoco: bistecca alla fiorentina, ribollita e pecorino. E il pane toscano, si sa, è senza sale.
Nella nostra carta vince il Sud: pizza napoletana, arancini siciliani, la cialledda del Sud, il caffè leccese del Salento. Da tutte e due le parti, però, c'è la stessa convinzione: meglio pochi prodotti, ma buoni.
Non dalla bandiera in vetrina. Ecco alcune cose che guardiamo noi italiani.
Un menu corto. Una cucina che fa tutto non fa niente davvero bene. Un menu corto si può preparare uguale ogni giorno.
Nomi di prodotti e di regioni. Un buon menu dice di cosa è fatto il piatto e da dove viene: San Marzano DOP, pecorino romano DOP, prosciutto di Parma DOP. “All'italiana”, da solo, non vuol dire niente.
La carbonara senza panna. Guanciale, tuorlo, pecorino romano e pepe: a Roma si fa così. La panna nella carbonara è il primo segno che la cucina prende scorciatoie. Ricetta e tecnica sono nell'articolo sulla carbonara senza panna.
La pasta al dente. La pasta deve fare un po' di resistenza sotto i denti. Per un italiano la pasta scotta è un errore, non uno stile.
L'aperitivo come rito. In Italia l'aperitivo è l'ora prima di cena e qualcosa di amaro in un bicchiere piccolo, con ghiaccio, una fetta d'arancia e le olive. Ne scriviamo nell'articolo sull'aperitivo.
Il caffè all'italiana. Dopo cena, l'espresso. Il cappuccino, di solito, lo beviamo la mattina.
Ogni ospite che si siede al tavolo riceve per benvenuto un pezzo di focaccia calda e alta, con una goccia d'olio. La pizza va dal forno dritta al tavolo. Il ragù cuoce 4 ore, i ravioloni li facciamo a mano, i dolci in casa.
I ristoranti sono due: Bottegas Śródmieście in via Oboźna 9, in centro ma lontano dal caos della città, e Bottegas Saska Kępa in via Francuska 24, più raccolto ed elegante. Cucina e prezzi sono gli stessi nei due locali.
Italiano autentico: una persona italiana davvero, o una cosa davvero italiana. L'espressione è nota grazie a “L'italiano” di Toto Cutugno, del 1983.
È il motto di Bottegas e la regola con cui costruiamo il menu: pochi ingredienti, cucinati freschi, all'italiana davvero.
Da un menu corto, da prodotti con nome e origine, per esempio DOP, dalla pasta al dente e dalla carbonara senza panna.
Tre amici italiani: Antonio e Roberto da Napoli e Matteo Liscaio dalla Toscana.
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